I Testi
Presentare in forma scritta le nostre canzoni ci è parso inevitabile. Il senso è quello di essere trasparenti, di mettersi a nudo: vorremmo che chi ci ascolta potesse conoscere la genesi di ciascuna canzone, i risvolti, le sfumature, le atmosfere in cui questi “pezzi di noi” hanno preso corpo, spesso per sottrazione, talora per aggiunta progressiva, qualche volta per inattesa fulminante intuizione.
Peace Of Mind
Con quale brano aprire un album che contiene così tante suggestioni e ispirazioni differenti non è mai una decisione semplice, né poco sofferta. Eppure i Live Tropical Fish non hanno avuto dubbi o incertezze, alcuna discussione e una sola risposta: “Peace of mind”. I perché sono tanti.
Intanto l’ubiqua tensione del tempo in sei ottavi, che crea una circolarità periodica, ben innervata dal raffinato arrangiamento jazzy dei fiati, articolato quanto capace di penetrare con semplicità nella memoria d’ascolto di chiunque. Poi l’affinità elettiva con Deborah Jordan che ha scritto un testo e una melodia – nonché i cori quasi “orchestrati” - ideali e perfettamente conformi all’idea primigenia del brano.
Il panorama è quello dello skyline, il mood quello della metropoli tentacolare che sa essere allo stesso tempo frenetica, ma anche soffusa ed intima, basta saperla cogliere nei suoi scorci più nascosti. La tensione urbana, la competizione, l’individualismo fagocitano, triturano, spremono, e allora sussiste la necessità irrevocabile di ritrovare un proprio spazio mentale, proteggerlo, renderlo inaccessibile se non a noi stessi.
La quiete della mente diventa sinonimo palese di quella ricerca salvifica di un equilibrio instabile: un mantra rassicurante, nella certezza della nostra solitudine seppure nell’immersione quotidiana nella folla vociante, ora sorridente, ora minacciosa, comunque inevitabile.
Complete Me
Brano ad alto impatto ritmico, è un atto d’amore alla mitica e carismatica figura di Fela Kuti (il titolo originario era infatti “Fela’s scream is freedom”): è il grido di libertà e di autodeterminazione per una musica che parla di un’Africa “terra madre”, cuore pulsante e dunque ritmo incessante di vita.
L’omaggio all’afrobeat – con una chitarra emblema del minimalismo di questo stile, una sezione fiati imperiosa e un’ipnotica trama ritmica - non si ferma alla mera citazione, ma vuole essere la testimonianza attiva del Kuti musicista rivoluzionario e al contempo scomodo capo-popolo, capace di ricondurre la musica jazz-funk alle sue radici etniche più profonde, ma anche di attaccare senza cinture di sicurezza i crimini e le corruzioni di certe multinazionali ed i fratricidi governi africani complici e conniventi.
La scelta di Alison Crockett di costruire una canzone d’amore molto fisico, sensuale, quasi esplicitamente erotico, filtra e bilancia l’impegno militante della ritmica e della struttura armonica: la fisicità dell’amore diviene strumento di grande potenza energetica e questo coglie e celebra l’incontenibile esuberanza di Fela, istrionico, eccessivo, istintivo e viscerale.
E’ una sessualità “rivoluzionaria” e consapevole, dove la voce di Alison esprime tutto il suo innato potere avvolgente e seducente, con un impatto interpretativo inatteso rispetto alla sua abituale espressività.
Breathe Again
E’ una canzone d’amore, perché negarlo? Un brano su cui Laurnea ha scritto un testo sofferto tra memorie di notti d’estate e giorni assolati: l’amore può lasciare cicatrici, ma anche ricordi indelebili, come il semplice gesto di respirare all’unisono, qualcosa che ha in sé l’emozione ed il senso di un amore perduto.
Ma quell’amore è divenuto soffocante e allora occorre ricominciare a respirare anche da soli, riprendere la propria navigazione in solitaria, metabolizzando il dolore, senza negarsi la dolcezza struggente dei momenti felici che inevitabilmente non potranno ripetersi, almeno non con quella persona.
E’ un pezzo soffuso, “smooth” nell’animo, capace di abbracciarti e rassicurarti, ma anche di levarsi d’improvviso come un’esplosione di orgoglio ritrovato, di identità troppo a lungo negata (l’arrangiamento piega così verso il P-Funk con echi neppur troppo occulti di “Cosmic Slop” di clintoniana memoria). L’energia che sprigiona il finale – grazie alle intricate trame vocali dei cori – apre al novero delle ipotesi. Speranza? Catarsi? Vendetta? O semplicemente è arrivato il tempo di voltare pagina?
Speak Easy and Listen
Un testo creato da Nick Rolfe, statuario vocalist e pianista newyorkese (ma anche attore con Susan Sarandon e Ralph Fiennes), su un soggetto immaginato dai Live Tropical Fish (“parla semplice ed ascolta” di più e la tua vita sarà più felice e così anche le tue relazioni con gli altri).
Un testo che non solo parla di ascolto, ma anche di comprensione, tolleranza, rispetto e speranza: e per questo gli autori lo hanno voluto dedicare a Barack Obama, in tempi non sospetti, bensì proprio all’inizio della sua cavalcata presidenziale.
Parlare di meno e con semplicità, ascoltando di più… può favorire la speranza di un mondo migliore: una ricetta semplice e antica al contempo, se è vero che perfino Talete scrisse che “gli Dei hanno dotato gli uomini di 2 orecchie ed una bocca per ascoltare il doppio e parlare la metà”.
Nick e i Live Tropical Fish hanno calibrato la propria collaborazione garantendo il massimo equilibrio tra “concept” dei contenuti, versi e una base musicale estremamente comunicativa, di semplice, naturale immediatezza. Un testo ampio, denso, talora quasi parlato: una narrazione godibile, ma riflessiva, orgogliosa di essersi nutrita di tanta scrittura musicale black militante, dall’icona Gil Scott Heron, ai leggendari Last Poets.
Un “impegno” che però non intende “perdere la tenerezza”, né tanto meno il divertimento in sé di fare musica.
A Rather Uncomfortable Combination
Un componimento solidamente fondato sugli stilemi tipici del funk, ortodosso nella scelta vocale di una giovane promessa della black music che si chiama April Hill (il suo primo album è stato prodotto da Marlon Saunders).
Eppure anche questo brano svela, ad una lettura meno frettolosa, narrazioni a più livelli, giochi di scatole cinesi, e quindi una complessità di trama che va ben oltre il poderoso groove a supporto di una filastrocca quasi martellante: è infatti un gioco ad incastri che parte dal titolo (“a rather uncomfortable combination” è una citazione di Borges, dal racconto “L’accostamento ad Almotasim”, in inglese anche nella versione originale) e finisce per coinvolgere tutti coloro che riescono a mantenere un feeling nonostante una palese disagevole combinazione, talvolta inspiegabile, metafisica (come in Borges), talora assolutamente banale, ma inestricabile, né eludibile.
Una canzone “labirintica”, che rammenta il baraccone degli specchi deformanti del luna-park: dove quello che sembra non è o quello che è potrebbe essere altro.
Ci sarebbe da omaggiare in tutto questo florilegio di ispirazioni anche un certo David Lynch, eppoi nani e ballerine e allora perché no, anche “Freaks” di Todd Browning e gli inquietanti scatti di Diane Arbus.
Certo ci sarà chi si limiterà a pensare che in fondo questo è solo un brano funk dal “tiro” danzereccio, magari con qualche giro “un po’ strano” (quasi zappiano): va bene anche così.
Double Dream
Il “doppio”, la doppia faccia della stessa medaglia, l’inquieto viscerale indissolubile legame dei gemelli: vedere con diversi occhi lo stesso sogno.
Le stesse vicende re-interpretate in soggettiva, un “doppio sogno” come nelle memorabili pagine di Schnitzler, o nella rilettura magistrale di Kubrick (in “Eyes Wide Shut”). Se però quella doppia visuale è quasi sovrapponibile perché un amore struggente ci avvicina sino ad annullarci nell’altro, allora il sogno diventa onirica estatica visione. Ma un amore può essere per sempre?
Il cambiamento può giungere inatteso e quel sogno può evolvere in incubo o grido di dolore, specie se la separazione, o la lontananza, è inevitabile e non voluta.
Questa è la doppia anima del brano: due canzoni in una, “componibili”, complementari, da consumarsi anche separatamente se si preferisce.
Anche qui l’approccio più melodico alla fine ti spiazza, perché dischiude a sorpresa orizzonti (o voragini) inattesi. Ma niente paura, perché se poi sei stanco di tanti riferimenti o voli pindarici, basta che ti limiti a gustare la canzone, da solo o nel calore di un abbraccio, sognando che una storia come quella che stai vivendo non possa contemplare la parola fine.
Run and Hide
Bizzarro connubio, inconsueto incontro, delizioso contrattempo: torna e trionfa la “circolarità” del tempo dispari e si sposa con un altro arrangiamento dei fiati di ispirazione afrobeat, ma senza scordare l’amore per il jazz, quello più contaminato.
E allora ecco la tromba raffinatissima di Fabio Morgera a fare da sponda a un soffice racconto, un gioco a nascondino, dove la voce di Deborah Jordan si fa più vellutata, e quando meno te lo aspetti senti la pulsazione coronarica delle congas.
E’ un “vedo non vedo”, dove potrebbe andare anche storto qualcosa, ma poi invece no, tutto si sistema, tutto si aggiusta: in fondo è bello lasciarsi cullare da una canzone, passeggiare sul filo del non-sense, la leggerezza spesso aiuta, non sempre cura, però aiuta. E allora perché non lasciarsi andare, roteando, a braccia aperte, come un derviscio rotante con gli occhi fissi al cielo. Ed invece sei sempre tu, sei solo tu, ma stai danzando a piedi nudi sull’erba.
Rubber Soul
C’è un’anima latina nei Pesci Tropicali: fiati e percussioni giocano a rincorrersi in una corsa a perdifiato che ha un lieto fine, perché quel finale almeno stavolta lo scegliamo noi, ognuno di noi, basta volerlo, basta saperlo fare. Grande forza comunicativa e precisa “missione possibile” per una giornata che sembra storta, ma che invece non lo è: bisogna essere capaci di cambiare il proprio punto di vista.
Rubber Soul intanto preleva il titolo dal celeberrimo album dei Beatles (che però non aveva al suo interno una canzone omonima), ma poi osa parecchio perché tra le righe delle sue strofe esprime un concetto non sempre liberamente esplicitato: ogni tanto è il caso di lasciar “rimbalzare” le cose sulla nostra “anima di gomma”, non per eludere responsabilità o per restare colpevolmente alla superficie, ma perché affrontare la vita e le avversità con la giusta dose di autoironia può essere talvolta terapeutico. Evitare il pessimismo cosmico, il catastrofismo o la sfiga a orologeria (come profezie che si auto-avverano) diventa un modo lecito per sopravvivere, o solo vivere un po’ meglio, la panacea per vincere una piccola sofferenza o una grande insofferenza. E se proprio non ce la fai più, un aereo che ti porti sotto un cielo del Sud puoi sempre prenderlo… al volo.
Certo se poi ci si mette la tromba di Fabio Morgera e soprattutto la straordinaria interpretazione di Omar, vero principe del modern soul (consacrato da Stevie Wonder in persona, che lo ha voluto come autore e partner artistico), allora tutti devono lasciarsi prendere per mano, regalarsi una pausa e lanciarsi in un ballo senza pensieri, senza remore.
Ogni tanto bisogna essere arbitri della partita con sé stessi, e con gli altri. Per questo il finale regala una sequenza di circostanze, un catalogo dell’animo di gomma che può aiutare. Poi questa sequenza può essere continuata all’infinito. Infatti il prossimo verso… perché non lo scrivete voi?
Slide Away
E’ il primo brano del nuovo album che è stato completato: il potenziale evocativo della musica ha infatti generato da subito gli stimoli adeguati per un testo sofferto e sofferente. L’incompatibilità tra due individui, probabilmente amanti, diventa un lento trascinarsi di ore e di giorni vuoti, grigi, inutili, in cui “fantasmi e corvi” aprono squarci di disperazione (e citare Edgar Allan Poe è quasi inevitabile).
E’ probabilmente il testo più cupo, rassegnato all’abbandono reciproco, inevitabile, auspicabile, per troppo tempo rinviato. Eppure anche in quel cambiamento necessario si intravede uno spiraglio di luce fioca, che il finale musicalmente epico nell’enfasi prende per mano verso una speranza di quiete e di rinascita.
Non importa cosa sia accaduto, ma è giunto il momento di andarsene, senza clamori ulteriori; è stato già il tempo delle grida, delle discussioni, ora basta dare risposta ad una richiesta di silenzio, “scivolare via adesso” come il chorus chiama, quasi una litania pagana per ritrovare la pace.
E’ una storia di quotidiana insofferenza sostenuta dalle pulsazioni di una ritmica e di una sezione fiati palesemente afro, con un crescendo di enfasi quasi sinfonica ed un’evoluzione latin che apre alla speranza, all’ineluttabilità del dolore accompagnato al salvifico inevitabile suo superamento. Così l’energia guaritrice del ritmo, lo sciamanesimo afro-latino, concilia e rimargina le ferite del testo, come in un racconto di Marques o Jorge Amado.
La voce di Alison Crockett si scopre qui nella sua anima e nelle sue radici più afro-black, rivelando le sue doti straordinarie di energia e potenza.
Believe
La voce vellutata di Deborah Jordan parla la lingua dell’anima: quel “codice dell’anima” soul ed r&b che avvolge luoghi e persone, aprendosi ad atmosfere più filtrate, rarefatte ed ipnotiche.
Tutto appare più ovattato e indolore come per l’effetto lenitivo della neve che ammorbidisce i suoni e le percezioni, riflettendo in cambio ogni briciola di luce in un candore che sospende il giudizio: allora è tempo di fidarsi, di credere che tutto è possibile, di credere in chi hai scelto come compagno o compagna di strada.
E’ un amore intimo e intimista nel calore privato di un’alcova, sono le luci della sera che si accendono fuori dalle vetrine di un bar di Nolita. Sono fiumi di parole scaldate da sorsi abbondanti di vino, o silenzi dove significato e significante si fondono come i due protagonisti di questa canzone.
La musica ti avviluppa e ti protegge, e alla fine lasciarsi andare diventa la cosa giusta da fare.
I'm Tired
Molto influenzato dal black jazz spirituale degli Anni ‘70 (età feconda di slanci creativi, senza il vincolo o il timore di sperimentare tracciati innovativi), venato di r&b e funk, questo brano narra della stanchezza irreparabile di un amore giunto al capolinea.
La ritmica ed i fiati trascinano l’inevitabile distacco e la voce di Laurnea si leva come un grido di dolore oramai insopprimibile. La sopportazione si fa forza deflagrante. Gli impasti tra lead e cori intrecciano trame vocali che spiazzano al primo ascolto: la voce solista, infatti, come nel teatro greco classico diviene polifonia di un coro che amplifica le emozioni, lo sconforto della protagonista incarna l’emblema di una sofferenza comune, avvolgente e tangibile.
Apparenti oasi di quiete (un inatteso inserto swingato) soffiano sul fuoco, la furia sale, figurazioni quasi di “taranta” accentuano la drammaturgia di una canzone volutamente ostica, anticonvenzionale, spiazzante, un sound stratificato per cultori convinti o palati d’ascolto educati anche all’alterità, senza pregiudizi.
Rising BIble
E’ una saggezza biblica che si fonde con uno spiritualismo non ortodosso, non miope, non intollerante: è il sole nascente di una cultura del rispetto, di fede nell’energia inarrestabile della creazione, quella creatività individuale che qualsiasi totalitarismo spirituale o temporale cercherà sempre ma inutilmente di arginare.
E’ una ritmica ossessiva, rituale, sciamanica, che supporta un lirismo elettrificato della chitarra che ha padrini illustri, ma intriga per originalità ed attualità. Un brano apparentemente cerebrale che diviene martello di energia funk black, magistralmente interpretato dalla sensuale voce di Maya Azucena.
Ed un messaggio semplice e potentissimo: la saggezza risiede nel profondo del cuore di ognuno di noi, è la forza creatrice dell’amore che nessuna ipocrisia potrà mai fermare. Basta ricordarsi sempre che il nostro destino è nelle nostre mani.