Live Tropical Fish

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Il Progetto

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Ho annotato il caso seguente in data 1° aprile 1949. Oggi è venerdì. Abbiamo pesce a pranzo. Tutti ricordano en passant l’uso del “pesce d’aprile”. Nel corso della mattinata avevo annotato un’iscrizione: “Est homo totus medius piscis ab imo”. Al pomeriggio una ex paziente che non vedevo da mesi mi mostra alcuni quadri singolarmente suggestivi di pesci, che ha dipinto nel frattempo. Alla sera mi mostrano un ricamo che rappresenta mostri marini in forma di pesce.
Il 2 aprile, al mattino presto, una ex paziente che non vedevo da parecchi anni mi racconta un sogno nel quale, trovandosi sulla sponda di un lago, scorge un grosso pesce che nuota decisamente alla sua volta e “approda”, per così dire, ai suoi piedi. In questo periodo sono occupato da una ricerca che ha per tema il simbolo storico del pesce. Solo una delle persone sopra citate lo sa.

“Sincronicità” – C.G.Jung - Boringhieri [1980]

Il nuovo progetto dei Live Tropical Fish nasce dalla fusione di tre creatività complementari e simbiotiche: il felice incontro degli originari fondatori Fabrizio “Doc Bix” Poli ed Antonio “Lurpak” Fernè con l’eclettico chitarrista-compositore Salvo Pignanelli. Ne è scaturita una ritrovata spinta creativa e l’incoscienza di rituffarsi in un’impresa da irriducibili visionari della musica.
Così sono germogliati gli ultimi anni di maturazione artistica, quei sedimenti di influenze, ascolti e rimandi che come un caleidoscopio hanno generato uno stile netto e identificabile, ma al tempo stesso composito e sfaccettato: connessioni inconsuete che derivano da preferenze diverse, ma che si ricongiungono tutte sul terreno primigenio della “black music” più ampia (dal soul all’r&b, dal funk al jazz, dal latin all’afrobeat).
Una collaborazione artistica che si è poi accresciuta e consolidata con il pianismo raffinato e jazzy di Pino De Fazio e il rientro dell’affidabile drumming di Mirco Zagnoli.

Il trio Fernè, Pignanelli e Poli ha avviato una produzione che da subito è apparsa fuori dal tempo: in epoca di crisi generale della discografia, l’intento era quello di creare qualcosa che andasse in controtendenza, un album “fatto a mano” da artigiani-musicisti come si era abituati a fare negli Anni ‘70, non assillati da logiche di mercato né dalla frenesia dell’usa e getta.
Non può non delinearsi in ciò una passione suicida, se si osservano i dati dei mercati: ma la passione può fermarsi al calcolo delle conseguenze? Può l’istinto non incunearsi negli anfratti più arditi per provare altre possibilità?

E’ cresciuto in questo modo un prodotto stratificato, con una molteplicità di chiavi di lettura, denso di influenze, rimandi e citazioni musicali, bibliografiche, geografiche. Un disco che parla sinceramente ai tanti appassionati del groove sparsi per il mondo, dove ognuno può trovare il proprio livello di ascolto e di assorbimento.
Ogni brano del nuovo progetto discografico è un menù in cui ognuno può scegliere cosa gustare, cosa scartare, una storia che si accompagna al tutto, ma può benissimo fare anche da sé, dipende da dove uno si vuole fermare: alla melodia, alla storia, al testo, al ritornello, all’idea sottostante.
Ogni cosa ha un senso compiuto a prescindere dal resto e ne acquista altri - di sensi - insieme a quel resto.
Ogni canzone ha più anime, ma il risultato finale è maggiore della somma delle singole parti.

Una concezione musicale viscerale ha spinto a scegliere brano per brano quell’artista ospite per stima, per valore intrinseco, per originalità interpretativa, per affinità elettiva.
E così tutto è avvenuto anche grazie alle semplici e straordinarie leggi dei social-network, una scelta di produzione autonoma ed autonomista, glocal e apertissima al mondo, e grazie al web, inevitabilmente meticcia.
Così, anche se assolutamente “Made in Italy”, questo lavoro ancor prima di vedere la luce ufficiale si è meritato il riconoscimento degli artisti afro-americani, perché ritenuto un lavoro sincero, originale, genuino, un’innamorata e militante proposta di black music senza compromessi.

Si tratta tuttavia di un’esperienza compositiva atipica, perché è sempre partita dalle ritmiche - di percussioni, basso, chitarra e batteria - per poi lievitare in arrangiamenti più sofisticati - mai domati da spicciole convenienze commerciali di durate radiofoniche - nonché spesso smontati e ricomposti più e più volte nell’arco degli ultimi 2 anni. Una base musicale in cui la melodia si è sempre inserita a posteriori come membro di diritto del brano, primus inter pares, ma mai come elemento dominante.
Testi graffianti, sentiti, provanti, disillusi, che parlano al cuore e alla mente, alla pancia e all’anima: scritti in proprio o condivisi con gli artisti amici, fratelli o sorelle (da Deborah Jordan, a Laurnea, da Alison Crockett a Nick Rolfe, da Maya Azucena all’autrice australiana Cole Velik).

In questo modo è nato l’album del Pesce Tropicale, come una pratica alchemica di trasformazione, combinando, assemblando, fertilizzando, ma sempre con la capacità di sintetizzare una cifra stilistica identificabile, personale, originale.
L’energia primordiale delle basi ritmiche ha influenzato inevitabilmente anche gli arrangiamenti dei fiati creati da Adriano Pancaldi, protagonista di scritture complesse, articolate, nervose, talvolta sinfoniche, capaci di garantire sempre l’adeguato supporto, impreziosendo o sostituendosi all’occorrenza alla melodia nel ruolo di attore protagonista.

Sempre dall’afrobeat si è mutuato il senso di una musica tutta suonata, sudata, perfettamente identificabile, strumento per strumento, nota per nota, mai percorrendo scorciatoie, rifacendosi al gusto del fare musica in studio come i maestri della black hanno sempre fatto: suonando live.
Del resto nel nome stesso Live Tropical Fish la musica suonata dal vivo è stato l’obiettivo fondante: una musica che nel live trova la sua massima capacità espressiva, di comunicazione e condivisione di emozioni.